Effetti boomerang
La remigrazione proposta dalla destra avrebbe gravi costi economici per l'Italia: cosa dicono davvero i numeri su chi vive qui e su chi, da qui, se ne è andato
Pubblicato su Linkiesta · 10 agosto 2026
Negli ultimi due anni un termine circolato per lungo tempo solo negli ambienti della destra identitaria europea è entrato con forza nel dibattito pubblico: remigrazione. È esploso soprattutto in Germania, ma da gennaio 2026 esiste anche una proposta di legge di iniziativa popolare italiana che porta esattamente questo nome. Vale la pena capire da dove viene il concetto, cosa prevede concretamente la proposta italiana, quante persone coinvolgerebbe, e, soprattutto, cosa succederebbe se lo stesso principio fosse applicato con reciprocità ai quasi sei milioni di italiani che vivono fuori dai confini nazionali.
Il termine remigration nasce nell’orbita del pensiero identitario francese, in particolare attorno alle teorie dello scrittore Renaud Camus, ideatore della teoria del cosiddetto «Grande rimpiazzo». Da lì il concetto è stato ripreso e sistematizzato dal movimento identitario europeo (Génération Identitaire in Francia, le sue diramazioni in Austria e Germania) diventando negli ultimi anni una parola d’ordine della destra radicale continentale.
È esploso nel dibattito pubblico soprattutto in Germania dopo l’inchiesta pubblicata a gennaio 2024 dal collettivo giornalistico Correctiv, che ha rivelato i dettagli di un incontro riservato tenutosi a Potsdam il 25 novembre 2023. Vi hanno preso parte esponenti di AfD (tra cui un collaboratore della leader Alice Weidel e alcuni parlamentari), l’attivista identitario austriaco Martin Sellner, oltre a imprenditori e membri della Cdu. Al centro dell’incontro, la presentazione di Sellner di un piano di “remigrazione di massa” articolato su tre categorie di persone da allontanare: richiedenti asilo, stranieri con regolare permesso di soggiorno, e cittadini tedeschi definiti “non sufficientemente assimilati” (questi ultimi due gruppi a prescindere dal loro status legale o dalla cittadinanza acquisita). Il piano prevedeva perfino la costituzione di uno “Stato modello” nel Nord Africa, in grado di ospitare fino a due milioni di persone.
È qui che sta il punto concettuale decisivo, il primo da chiarire in qualunque discussione seria sul tema: la remigrazione, nella sua formulazione identitaria originaria, non è sinonimo di rimpatrio. Il rimpatrio, ossia l’allontanamento di chi soggiorna irregolarmente o è destinatario di un provvedimento di espulsione, è uno strumento legale già esistente, regolato dal diritto interno e dagli accordi internazionali. La remigrazione, per come viene teorizzata da Sellner, è un progetto potenzialmente molto più ampio, fondato su criteri etnoculturali e capace di riguardare anche chi vive nel paese del tutto legalmente, e persino chi ne ha acquisito la cittadinanza. Come si vedrà, la versione italiana della proposta è invece costruita in modo più circoscritto. Tuttavia, la tensione fra le due letture resta il punto da tenere a mente guardando i numeri.
Quanti sono, in Europa, i cittadini extra Ue

Figura 1 — Quota di popolazione nata all’estero nei paesi UE, dati Eurostat 2025: l’Italia si colloca a metà classifica. Fonte: Eurostat.
Per capire l’ordine di grandezza di cui si parla conviene partire dai dati più recenti di Eurostat. Al 1° gennaio 2025 vivevano nell’Unione europea 46,7 milioni di persone nate fuori dai confini UE (il 10,4% della popolazione), e 30,6 milioni di cittadini di paesi extra Ue (il 6,8% della popolazione, in crescita di 1,6 milioni sull’anno precedente). A questi si aggiungono 14,1 milioni di cittadini di un altro Stato membro Ue che vivono altrove nell’Unione, esercitando la libera circolazione.
La distribuzione fra i Paesi Ue è, come prevedibile, molto disomogenea. In termini assoluti la concentrazione è fortissima: Germania (12,4 milioni di cittadini non nazionali), Spagna (6,9 milioni), Francia (6,5 milioni) e Italia (5,4 milioni) messe insieme ospitano il 69,7% di tutti i cittadini non nazionali dell’Unione, pur rappresentando solo il 57,8% della popolazione UE. In termini relativi, invece, i valori più alti si registrano in Lussemburgo (47,0% di non nazionali sul totale), Malta (29,4%) e Cipro (24,8%); i più bassi in Polonia e Slovacchia (1,2%), Romania (1,6%), Bulgaria (2,3%) e Ungheria (2,7%). Le tre nazionalità extra Ue più numerose nell’Unione sono, nell’ordine, quella ucraina, quella turca e quella marocchina.
In Italia, secondo Istat, i cittadini stranieri residenti erano circa 5,3-5,4 milioni al 1° gennaio 2024 (il 9% della popolazione). Il gruppo più numeroso è quello dei rumeni, cittadini comunitari, con oltre 1,073 milioni di residenti: da soli, non sono “remigrabili” secondo la logica identitaria, che si applica per definizione solo a cittadini extra Ue. Guardando invece nello specifico ai soli cittadini non comunitari, i dati Istat elaborati dalla Fondazione ISMU indicano che al 31 dicembre 2024 erano regolarmente presenti in Italia 3.800.000 cittadini extra-UE con permesso di soggiorno, di cui oltre la metà (53%) titolari del permesso di soggiorno UE per lungo periodo, ossia la condizione di maggiore stabilità. Le comunità più numerose sono quella ucraina (392.000), marocchina (377.000), albanese (361.000) e cinese (290.000).
Non è più un’ipotesi: esiste già una proposta di legge italiana
A differenza di quanto si potrebbe pensare, in Italia la remigrazione non è più solo un’importazione lessicale dal dibattito tedesco: dal 14 gennaio 2026 esiste una vera e propria proposta di legge di iniziativa popolare, promossa dal comitato “Remigrazione e Riconquista”, nato dall’iniziativa congiunta di CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani, che sta raccogliendo le firme necessarie per la presentazione in Parlamento.
Vale la pena leggerla con attenzione, perché la sua definizione è più circoscritta di quella evocata a Potsdam. L’articolo 1 la definisce come “il rientro volontario e assistito degli stranieri regolarmente presenti sul territorio nazionale nei Paesi di origine”. Possono aderirvi, su base volontaria, i cittadini extracomunitari con soggiorno regolare da almeno 12 mesi, i richiedenti asilo in fase pre-decisionale che vi rinuncino volontariamente, e i titolari di permessi temporanei in scadenza non rinnovabili; ne sono esclusi gli irregolari, chi è stato condannato per reati gravi e chi ha ottenuto irregolarmente una protezione umanitaria. Il testo prevede la sottoscrizione di un “Patto di Remigrazione Volontaria”, incentivi economici erogati in più tranche, percorsi di formazione pre-rientro, voli charter dedicati e il monitoraggio post-rientro, sotto la regia di una costituenda Direzione Nazionale per la Remigrazione presso il Ministero dell’Interno.
Sul piano finanziario, la proposta istituisce un Fondo per la Remigrazione con una dotazione iniziale di 1 miliardo di euro l’anno, incrementabile fino a 2 miliardi; i risparmi generati, se superano una soglia certificata di 500 milioni di euro l’anno, attivano un collegato Fondo per la Natalità (fino a 1 miliardo l’anno, con un bonus nascita fino a 3.000 euro per figlio e fino a 10.000 euro per il terzo figlio). Questo rappresenta un meccanismo che lega esplicitamente il finanziamento delle nascite italiane ai risparmi ottenuti “rimandando a casa” cittadini extra Ue, e che rende evidente la matrice ideologica del provvedimento anche laddove la sua meccanica tecnica ricorda i programmi di rimpatrio volontario assistito già esistenti in sede europea (finanziati, tra gli altri, dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni).
Proprio perché è costruita come volontaria e riservata a chi non ha ancora acquisito la cittadinanza italiana, questa proposta lascerebbe fuori esattamente il gruppo più controverso della versione identitaria alla Sellner: i naturalizzati. Ed è un gruppo tutt’altro che marginale. Negli ultimi dieci anni oltre 1,6 milioni di cittadini extra Ue hanno acquisito la cittadinanza italiana (circa 200.000 l’anno negli ultimi anni) e nel 2024 l’Italia è stata il secondo paese UE per numero di nuove cittadinanze concesse. È proprio nel divario fra i 6,9 milioni di residenti nati all’estero in Italia (dato Eurostat) e i 5,4 milioni di cittadini stranieri residenti (dato Istat) che si nascondono, all’incirca, quel milione e mezzo di persone che sarebbero “remigrabili” nella lettura di Sellner ma non lo sono affatto in quella, più stretta, della proposta italiana.
Le conseguenze economiche, se lo scenario si allargasse
Anche restando nei confini, più realistici, della proposta italiana, cioè i 3,8 milioni di cittadini extra Ue regolarmente residenti, le conseguenze economiche di un loro rientro su larga scala non sarebbero marginali. Secondo i dati della Fondazione Leone Moressa, il principale centro studi italiano specializzato in economia dell’immigrazione, i contribuenti immigrati versano oggi all’erario italiano 12,6 miliardi di euro l’anno di Irpef, a fronte di circa 8,6 miliardi di euro di rimesse inviate ogni anno verso i paesi d’origine; un saldo netto per le casse pubbliche italiane tutt’altro che trascurabile. A questo si aggiunge il ruolo ormai strutturale dei lavoratori extra Ue in settori che la demografia italiana da sola non riesce più a coprire: l’assistenza domestica agli anziani (le cosiddette “badanti”, in larghissima parte straniere), l’agricoltura, l’edilizia, la logistica. In un paese che invecchia rapidamente, l’apporto contributivo di una popolazione straniera mediamente più giovane della media nazionale non è un dettaglio ideologico: è una delle variabili che tengono in equilibrio, per ora, il sistema previdenziale.
Il boomerang della reciprocità

Figura 2 — I due bacini a confronto: i 3,8 milioni di cittadini extra-UE regolarmente residenti in Italia e i 5,8 milioni di italiani iscritti all’AIRE, residenti all’estero. Fonte: elaborazione dell’autore su dati Istat, Fondazione ISMU e Ministero degli Affari Esteri.
Ed eccoci al punto più interessante, quello da cui vale davvero la pena partire: cosa succederebbe se lo stesso principio fosse applicato, con reciprocità, ai cittadini italiani che vivono fuori dai confini nazionali?
Qui va fatta subito una precisazione tecnica, perché altrimenti il confronto rischia di essere scorretto. Gli italiani residenti in un altro Stato membro dell’Unione europea non sono, in senso giuridico, comparabili ai cittadini extra Ue in Italia: sono cittadini europei che esercitano un diritto di libera circolazione sancito dai Trattati, e nessun governo ha mai proposto (né potrebbe farlo senza smantellare l’intera architettura giuridica dell’Unione) di applicare loro una “remigrazione”. La reciprocità giuridicamente fondata riguarderebbe semmai gli italiani residenti in paesi extra Ue: Svizzera, Regno Unito dopo la Brexit, Stati Uniti, Argentina, Australia, Canada.
Ma c’è anche un secondo modo di usare la reciprocità, più come esperimento mentale che come proposta giuridica, ed è qui che i dati Eurostat regalano la sorpresa migliore: fra tutte le nazionalità europee, romeni, polacchi e italiani sono le tre comunità più numerose di cittadini di un paese UE che vivono in un altro Stato membro dell’Unione. L’Italia, il paese che discute di rimandare a casa i propri cittadini extra Ue, è cioè, essa stessa, una delle tre principali “nazionalità esportatrici” di cittadini mobili nell’Unione, alla pari con la Romania, il paese più spesso citato dalla destra identitaria come simbolo di un’immigrazione intra-UE ritenuta eccessiva.
E se si allarga lo sguardo al mondo intero, i numeri restano tutt’altro che trascurabili: secondo il Ministero degli Affari Esteri, gli italiani iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) erano 5.806.068 nel 2022, in crescita costante rispetto ai 4,6 milioni del 2015 (e la Commissione europea segnala che il 2024 ha fatto registrare un numero eccezionalmente alto di nuove iscrizioni). Le comunità storicamente più numerose si trovano in Argentina, Germania e Svizzera, ma dal 2008 in poi il fenomeno è cambiato natura: a emigrare non sono più prevalentemente famiglie del Sud in cerca di lavoro manuale, ma soprattutto giovani laureati (anche da Lombardia ed Emilia-Romagna, oltre che dal Mezzogiorno) diretti verso Germania, Regno Unito, Francia, Svizzera, Canada e Australia: il fenomeno che in Italia viene chiamato, non a caso, “fuga di cervelli”. Nel frattempo, la popolazione di cittadinanza italiana residente in Italia continua a calare: era 53 milioni 383.000 al 1° gennaio 2026, 189.000 in meno rispetto all’anno precedente.
Ed è qui che l’argomento della reciprocità si ritorce contro chi lo propone. L’immigrazione extra Ue in Italia è composta in larga parte da lavoratori impiegati in mansioni a bassa qualifica, spesso in settori che faticano a trovare manodopera italiana disponibile. L’emigrazione italiana recente è, all’opposto, in buona parte un’emigrazione di capitale umano qualificato: ingegneri, medici, ricercatori, tecnici specializzati che i sistemi economici stranieri accolgono volentieri, e che l’Italia dovrebbe semmai preoccuparsi di trattenere. Se un principio di remigrazione fosse applicato con vera reciprocità, il paese che ne uscirebbe più danneggiato non sarebbe la Germania o la Svizzera – che perderebbero comunque manodopera qualificata italiana non facile da rimpiazzare in tempi brevi – ma l’Italia stessa, costretta a reintegrare centinaia di migliaia di connazionali senza aver nel frattempo risolto nessuno dei problemi strutturali, salari bassi e scarsità di posizioni qualificate in testa, che li avevano spinti a partire.
Un conto che non torna
Tenere insieme questi piani, ovvero il contributo che l’Italia riceve oggi dai suoi 3,8 milioni di residenti extra Ue regolari, il fatto che una proposta di legge per “rimandarli a casa” esiste già e viene presentata come un programma di rientri volontari finanziati, e il costo che l’Italia stessa pagherebbe se un principio analogo venisse applicato ai suoi quasi sei milioni di emigrati, è forse il modo più utile per parlare di remigrazione senza restare nel campo dello slogan. Non è un’obiezione di natura morale, anche se ce ne sarebbero moltissime da fare: è semplicemente il fatto che i numeri, quando si guardano davvero, raccontano una storia più complicata, e più scomoda per chi la propone, di quella che il termine lascia intendere.